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Occupazione negli alberghi: il turismo cresce, ma soffriamo in competitività

13/12/2019 12:20
Poca managerialità per il comparto da 223,2 miliardi di euro che ha un freno fiscale e un costo del lavoro del 72% superiore rispetto a Spagna e Grecia - di Letizia Strambi

Il tasso di crescita del settore viaggi e turismo in Italia si attesta al 3,2%, 3,56 volte più elevato della crescita dell’economia italiana (0,9%), ma a guardar bene il comparto ha le sue difficoltà. Il turismo è stagionale, concentrato in località balneari e i periodi di soggiorno si fanno sempre più brevi. Lo attesta la ricerca ‘Configurazione occupazionale del comparto alberghiero nel turismo leisure in Italia’ promossa da Scuola Italiana di Ospitalità e realizzata dall’Università Milano Bicocca - Crisp e Fondazione per la Sussidiarietà. A presentarla, a Roma, Alberto Brugnoli, direttore scientifico della Fondazione.
Un comparto decisivo per la nostra economia che ha un valore di 223,2 miliardi di euro e con il 14,7% degli occupati totali (3,39 milioni di persone).

I flussi sono sempre in crescita sia negli arrivi che nelle presenze, ma il numero di notti medie per cliente si è ridotto, passando da 3,67 nel 2012 a 3,41 nel 2017. Nel segmento leisure, gli arrivi sono aumentati di oltre 1,08 milioni, tuttavia dal 2014 al 2018 hanno chiuso i battenti 394 alberghi. Aumenta, invece, la natalità degli hotel di lusso: negli ultimi 5 anni sono nati 436 alberghi a 4 stelle e 91 a 5 stelle o 5 stelle lusso.

Ottima la situazione occupazionale: il valore medio annuo degli occupati nelle imprese attive nel settore alloggio era di 286.667 unità nel 2017, il più elevato degli ultimi 6 anni. Dal 2014 si sono aggiunti oltre 30.000 occupati, con un tasso di crescita 5 volte superiore alla media nazionale. L’alloggio (esclusa la ristorazione) è infatti tra i 10 settori che ha contribuito maggiormente alla ripresa dell’occupazione, con il 3,7% dei nuovi occupati nel periodo tra il 2014 ed il 2017.

A differenza di altri settori qui gli occupati sono in prevalenza donne (51% rispetto al 38% della media nazionale), giovani tra i 15 e i 29 anni (19% rispetto al 14% della media nazionale) e stranieri (22% rispetto al 12% della media nazionale). Inoltre, il gender pay gap nel settore alloggio è quasi inesistente. Nel 2016, la retribuzione lorda oraria per ora percepita dalle donne era del 4,8% più bassa di quella degli uomini. A livello nazionale, la differenza era invece pari all’8,3%.

I contratti del comparto sono flessibili per il 57%  a tempo determinato, utilizzato in altri settori solamente per il 15%. Inoltre, negli ultimi 5 anni, il tempo determinato è stato scelto per il 91% dei nuovi contratti e continua  il  notevole utilizzo di contratti part-time che sono il 25%.

Mancano manager: per ogni quadro o dirigente ci sono infatti 96 lavoratori che ricoprono una posizione più in basso nella gerarchia, contro i 22 della media riferita alla totalità del mercato del lavoro in Italia. A dimostrazione di come l’elevata qualificazione del capitale umano non sia particolarmente riconosciuta all’interno dell’hotellerie la ricerca attesta che se un dipendente senza alcun titolo di studio è pagato poco meno della media nazionale (-0,7%), i lavoratori con una laurea o un titolo superiore percepiscono una retribuzione lorda oraria inferiore al 20% della mediana nazionale. L’Italia, tuttavia,  sconta un costo del lavoro del 72% più elevato rispetto a quello della Grecia e del 20% rispetto a quello spagnolo. Ciò è dovuto sia ad una retribuzione lorda più elevata offerta ai lavoratori italiani (+59% rispetto alla Grecia e +13% per la Spagna) sia al cuneo fiscale (42%), il più elevato tra le nazioni analizzate.

Letizia Strambi

 


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