L’incalzare della pandemia, che impone nuove restrizioni, non frena il desiderio degli imprenditori di reagire, pur se condizionati dall’evolversi della situazione sanitaria. Il settore ha dimostrato in questi mesi di crisi un dinamismo inatteso e una grande attitudine alla resilienza, puntando su una politica di prezzi inevitabilmente più oculata e, soprattutto, su soluzioni funzionali alternative, rimodulando prodotti e servizi.

“A pagare lo scotto maggiore di questa tremenda crisi sono state le strutture di alta gamma – sottolinea Palmiro Noschese, tra i più noti manager del mondo dell'hospitality, con significative esperienze nel Gruppo Meliá, Jolly Hotel, Villa D’Este e Touring Club Italiano, oggi  partner di yourCEO in YOURgroup – .Questa tipologia di strutture è quella che maggiormente ha risentito dell’assenza quasi totale di turisti soprattutto da Stati Uniti, Giappone, Russia e Cina, mercati dal valore inestimabile per il nostro turismo e la cui flessione, in questa estate così anomala, ha toccato quota 80%, per un numero, in termini di mancati pernottamenti, pari a circa 9 milioni”.

Nonostante le prospettive non incoraggianti, diversi hotel cinque stelle stanno riaprendo i battenti, a cominciare da Roma e Milano.

“Ad oggi sono operative almeno il 70% delle strutture, stando a quanto riferisce Federalberghi – spiega Noschese – nonostante le prenotazioni stentino a recuperare quota. Tuttavia, secondo una ricerca commissionata da Confindustria Alberghi e Assosistema, quello delle imprese alberghiere è un impegno convinto a dimostrare senso di responsabilità e voglia di ripartire offrendo un soggiorno sicuro e sereno a chiunque sia pronto a tornare a viaggiare”. Interventi mirati per la garanzia della sicurezza dell’ospite, secondo la ricerca, permetteranno di ridurre significativamente l’impatto negativo determinato dalla emergenza sanitaria ( da -60% a -41%) e un ritorno ai livelli di fatturato precedenti già dal 2022 (e non nel 2025).

“Le notizie sulla ripresa dei contagi anche in Europa non aiuta, e per rivedere turisti d’oltreoceano occorrerà attendere almeno altri 12 mesi, nella migliore delle ipotesi”, spiega Noschese. Il problema principale sono i costi di gestione.

“Per molti operatori è tuttora più conveniente tenere chiuse le porte piuttosto che riaprire – spiega Andrea Pietrini, chairman di YOURGroup – e spero che l’intraprendenza di questo ultimo mese non sia destinata a infrangersi contro il muro delle sofferenze finanziarie e di una certa inerzia manifestata da chi dovrebbe intervenire per scongiurare l’affondamento del settore”.

Se il problema resta, tuttavia si aprono le strade per iniziative che parlano dell’introduzione di nuove tecnologie per offrire standard di sicurezza sempre più elevati agli ospiti, app che evitano ogni trafila per check in e check out, un drastico ripensamento degli spazi e la creazione di aree e camere per lo smart working. Prima di ogni cosa la digitalizzazione.

Molte strutture alberghiere propongono la formula Hotel Office. “Sfruttare camere e sale convegni, ma anche aree all’aperto o a bordo piscina per predisporre spazi modulari dove utilizzare il proprio portatile come se si fosse in ufficio, ma con un livello di comfort molto più elevato implica un ripensamento degli spazi” sottolinea Noschese. Un processo di cambiamento che forse l’emergenza sanitaria ha solo anticipato ma che si sarebbe concretizzato comunque.

“La nostra è una tradizione consolidata, siamo un Paese a vocazione turistica che stenta però a concepire formule di ospitalità più innovative, facendo anche ricorso a una gamma di servizi diversificata e innovativa. In questo contesto si inserisce anche la necessità di riorganizzare l’impianto manageriale delle strutture, anche con l’introduzione temporanea di figure specializzate in grado, ad esempio, di impostare una strategia di upgrade digitale delle strutture”, rimarca Andrea Pietrini che conclude: “Il Paese ha bisogno di un profondo rinnovamento e modernizzazione di tutto il terziario, in particolare i servizi alle persone”.

Laura Dominici

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